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Sabato 12 gennaio, come accade ormai da 16 anni, la città di Arezzo indosserà le armature della Giostra del Saracino e si recherà in Duomo per rendere omaggio a papa Gregorio X nell’anniversario della sua morte (nonostante questa avvenne il 10 gennaio, ma è ormai usanza celebrarlo il secondo sabato del mese di gennaio).

Molti quartieristi, fanti, musici e sbandieratori avranno avuto l’onore negli anni di partecipare alla solenne cerimonia in ricordo del Beato Gregorio, ma forse non tutti conoscono a fondo il personaggio in questione, soprattutto i giovanissimi che si accingono da poco ad entrare nei meccanismi della Giostra. Sarà un Uomo speciale per noi aretini a raccontarci la storia di questo grande personaggio: Don Alvaro Bardelli, parroco del Duomo.

Oggi, nel giorno in cui si ricorda la morte del Beato Gregorio X, ci spiegherà perché ogni anno, nel mese di gennaio, indossiamo i costumi della Giostra per portare nella Cattedrale i famosi ceri votivi donati dai quattro quartieri:

Donazione dei ceri a Gregorio X

Donazione dei ceri a Gregorio X

«Il nome vero di papa Gregorio – spiega Don Alvaro – è Teodaldo Visconti, nato a Piacenza intorno al 1210. Era arcidiacono della chiesa di Liegi (Belgio), città dove risiedette per vent’anni e dove aveva svolto una missione importante. La storia racconta di uno spiacevole episodio in quel periodo: durante un sinodo diocesano aveva rimproverato pubblicamente il vescovo di Liegi Enrico di Gheldria dopo averlo difeso dall’aggressione di un uomo, accusandolo di immoralità. Nell’aver fatto da scudo al vescovo, tra l’altro, subì un duro colpo che gli provocò una grave ernia inguinale, problema fisico che lo fiaccherà fino al giorno della sua morte.

L’elezione lontano da casa
Nel 1270 era insieme a Edoardo I e l’esercito d’Inghilterra in terra santa, a San Giovanni d’Acri (considerata la “chiave delle Palestina”), quando in Italia, precisamente a Viterbo, si svolse il concistoro dei vescovi per l’elezione del nuovo papa, a causa della morte di Clemente IV il 29 novembre 1268.
E’ così che 19 cardinali si riunirono nel palazzo papale di Viterbo per procedere all’elezione del nuovo pontefice. Questi erano divisi in due grossi partiti: quelli a favore di un papa francese e quelli a favore di un papa italiano; anche per questo motivo i vescovi non riuscivano a raggiungere il numero canonico per l’elezione. Passarono mesi, anni, tanto da far infuriare il popolo viterbese che, istigato da San Bonaventura, chiuse i cardinali in una stanza scoperchiandone il tetto e segregandoli (clausi cum clave); solo dopo 3 anni e 5 mesi arrivarono alla decisione di nominare 3 cardinali di un partito e 3 dell’altro con l’obbligo di scegliere un nome. La scelta, alla fine, cadde su Teodaldo Visconti il 1° settembre 1271.

Il Palazzo dei papi di Viterbo

Il Palazzo dei papi di Viterbo

In tutto questo tempo, durante la sua permanenza ad Acri, Teodaldo incontrò Marco Polo, presente in medio oriente per raccogliere l’olio della santa lampada, con il quale strinse amicizia tanto che il viaggiatore diventò un importante interlocutore tra lui e il Gran Kahn Kublai Kahn (è per questo che l’evento viene raccontato nei primi capitoli del Milione). Venne a sapere della sua elezione nell’autunno del 1271 e alla notizia si recò subito a Gerusalemme per pregare nei luoghi santi.
A novembre di quell’anno tornò in Italia e nel febbraio del 1272 si recò a Viterbo dove venne ordinato sacerdote, consacrato vescovo prendendo infine il nome di Gregorio X.
L’11 marzo arrivò finalmente a Roma e il 27 marzo 1272 fu incoronato papa in San Pietro. 

Il concilio di Lione
Gregorio X era un uomo di grande statura e grande fama, grande moralità e grande stima. Fu amico del re di Francia Luigi IX.
La sua prima intenzione una volta eletto papa fu quella di convocare un concilio ecumenico per riunire tutti i prìncipi cristiani per ricomporre l’unione tra la chiesa latina e la chiesa greca, aprire il mondo cristiano al grande impero cinese. Questo si tenne a Lione il 7 maggio del 1274 e fu uno dei più importanti e partecipati della storia della Chiesa (durante il quale morì San Bonaventura). Grazie a questo concilio per la prima volta comparvero in europa gli ambasciatori del Gran Khan Kubilai Khan, nipote di Gengis Khan in rappresentanza della chiesa d’oriente.
In questo storico appuntamento Gregorio X tentò la riconciliazione tra guelfi e ghibellini, ottenne la dichiarazione della ricomposta unità tra le due chiese (latina e greca) e promulgò il decreto ubi periculum (16 luglio 1274) che stabiliva le modalità per le elezioni del papa, da allora detto conclave (cum clave: chiusi a chiave fino all’elezione):

questo prevedeva che entro dieci giorni dalla morte del papa i cardinali elettori si riunissero in una sala del palazzo dove risiedeva il pontefice defunto e li dovevano essere segregati senza contatti con l’esterno; trascorsi tre giorni senza che fosse avvenuta l’elezione, ai porporati doveva essere ridotto il vitto ad una sola pietanza per pasto; dopo altri cinque giorni il cibo doveva essere ulteriormente limitato a pane, vinoacqua.

Guglielmino degli Ubertini

Tra i firmatari di questo documento, è bene ricordarlo, c’è il sigillo e la firma del vescovo Guglielmino degli Ubertini.

Durante il viaggio di andata verso il concilio di Lione (che partì da Roma nel 1272) accadde un fatto molto particolare: Gregorio X si fermò a Firenze il 18 giugno 1273 dove sul greto dell’Arno, in un grande padiglione, assistette al bacio di pace tra i capi dei guelfi e dei ghibellini. Dietro a questo padiglione, però, l’esercito guelfo era pronto ad attaccare quello ghibellino una volta partito il papa; questi lo seppe e per punizione diede l’interdetto (una sorta di scomunica) alla città e proseguì per Lione.

Il viaggio di ritorno e la morte ad Arezzo
Gregorio X lasciò Lione nell’aprile del 1275. Nel viaggio di ritorno, poiché l’Arno era in piena, dovette passare per forza da un ponte di Firenze: dato che non poteva transitare in una città punita dall’interdetto, lo tolse, lo passò e lo rimise.

Veduta del Duomo Vecchio (1597)

Veduta del Duomo Vecchio

Venne nella città di Arezzo per celebrare le feste di Natale tra il 19 e il 20 dicembre 1275, anche se in verità fu una sosta forzata a causa della malattia che lo colpì durante il viaggio, come lui stesso afferma e scrive nelle lettere all’imperatore Rodolfo di Asburgo. In città ebbe un miglioramento, visitò quasi sicuramente il Duomo vecchio al Pionta, ma poi aggravatosi morì il 10 di gennaio 1276 nel palazzo vescovile.

Gregorio X verrà poi beatificato nel 1713 da papa Clemente XI.

Il conclave e l’elezione di Innocenzo V
Come prescritto meticolosamente dall’ubi periculum (da lui fortemente voluto) per 10 giorni si tennero le celebrazioni funebri. Il 19 fu sepolto nella provvisoria cattedrale di San Pietro Maggiore (parte anteriore del Duomo) e il 21 gennaio, all’interno del vescovado della chiesa di San Gregorio, fu tenuto il conclave.

Papa Innocenzo VIn memoria di quello che successe a Viterbo, pensate a 15 cardinali anziani chiusi in una stanza, d’inverno, con la prospettiva che dal quinto giorno in poi sarebbero andati avanti a pane e acqua… Il conclave, neanche a dirlo, durò solamente un giorno: alla prima votazione per acclamazione fu eletto Pietro di Tarantasia che prese il nome di Innocenzo V, generale dei dominicani, nominato cardinale da papa Gregorio X insieme al generale dei Francescani Bonaventura.

E’ così che il primo vero conclave della storia (con queste regole) avvenne ad Arezzo

Cosa ci lasciò Gregorio X dopo la sua morte?

«Tra le esposizioni testamentarie del papa ci fu un lascito di 30.000 fiorni d’oro per la costruenda cattedrale di Arezzo i cui lavori, voluti da Guglielmino, iniziarono nel 1278

Gli aretini come ricordarono papa Gregorio?

«Subito dopo la sepoltura del papa gli aretini costruirono il monumento funebre che nella nuova cattedrale fu collocato nella cappella di San Silvetro, a lato sinistro dell’altar maggiore. Nei secoli successivi il corpo del pontefice, estratto dall’arca marmorea e rivestito di paramenti nuovi, fu collocato nel 1831 all’interno di un’urna realizzata da Giuseppe Spagna e collocata sotto l’altare marmoreo di Giuseppe del Nero. Nel 1975 l’urna fu spostata sopra l’altare e la salma del Beato Gregorio fu munita di una maschera in bronzo»



 Perché vengono donati i ceri?

«E’ una tradizione antica che ogni comunità rivolge ai suoi santi patroni, come si fa per San Donato e come risulta dagli antichi statuti di Arezzo del 1327 nei quali è sancito che Papa Gregorio dovesse essere festeggiato con una grande cerimonia e col dono dell’offerta dei ceri. Poiché si è scelto di iniziare l’anno giostresco nel mese di gennaio, l’offerta dei quartieri ai santi patroni viene rivolta al Beato Gregorio nel giorno della sua festa: il 10 gennaio».

C’è di più?

«Teodaldo Visconti, appena avuta la notizia dell’elezione a papa, prima di partire per Viterbo, stendendo la mano sul Santo Sepolcro, pronunciò il salmo: “mi si paralizzi la mano destra se mi dimenticherò di te Gerusalemme”. In omaggio a questo desiderio di papa Gregorio, l’offerta (pecuniaria) dei quartieri che accompagna l’accensione dei ceri viene mandata ogni anno ai bambini della terra santa».

Perché la presenza dei figuranti della Giostra per rendergli omaggio?

«Se ci pensate, lui il saracino l’ha fatto sul serio con la crociata in Terra Santa. Noi abbiamo il privilegio di avere una città che ha conservato un papa tra le proprie mura e aver avuto il primo conclave con questo nome. La presenza dei figuranti è un atto di riconoscenza: se abbiamo la cattedrale è anche grazie a lui.
Poi c’è un preciso riferimento storico: i costumi del Saracino si rifanno agli anni del 1200. E questo il vero periodo che la Giostra vuole rievocare. Guglielmino e Gregorio X inoltre sono contemporanei, sono stati al concilio insieme; anche per questo abbiamo voluto che accanto al Beato riposasse dopo secoli il signore vescovo di Arezzo, collocato nei fondamenti della cattedrale.

Fanti del Comune a guardia della tomba di Gregorio X e Guglielmino

Fanti del Comune a guardia della tomba di Gregorio X e Guglielmino

Credo sia giusto e intonato che la città ricordi anche attraverso questa offerta uno dei momenti più importanti della sua storia. In quei giorni Arezzo è stata la nuova Roma, la capitale del mondo cristiano con i cardinali i principi, la corte pontificia, la morte del papa, i suoi funerali, i cardinali che arrivarono per l’elezione del nuovo pontefice, il conclave, l’elezione di Innocenzo V, le feste per l’elezione, la presenza di ambasciatori dei vari stati. Mai la nostra città ebbe un’importanza come in quei giorni: Arezzo nacque lì come Arezzo».

Ringraziando Don Alvaro per la sua chiara e dettagliata spiegazione, riportiamo qui sotto il programma della giornata di sabato 12 gennaio (apertura anno giostresco):

ore 18:00: Ritrovo delle rappresentative dei Quartieri, del Gruppo Musici, degli Sbandieratori, dei Fanti del Comune e dei Valletti in Piazza San Jacopo. Seguirà l’esibizione del gruppo Musici della Giostra e quella del gruppo Sbandieratori Città di Arezzo

ore 18:30: Inizio del corteo dei figuranti per raggiungere Piazza del Comune attraverso Corso Italia, Canto De’ Bacci, Via Cavour, Via Cesalpino

ore 18:45: Uscita del Sindaco della Città di Arezzo dal Palazzo Comunale seguito dalla rappresentanza civile della Giostra e dai Quartieri

ore 19:00: Ingresso dei figuranti in Duomo ed Offerta dei Ceri

ore 19:30: Rientro in Palazzo Comunale del Sindaco e della rappresentativa comunale, mentre i figuranti dei quattro Quartieri rientreranno alle rispettive sedi

Chiunque avesse foto, informazioni o curiosità le invii a giostra.saracino@gmail.com

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